Mangiamo troppi grassi e troppi zuccheri. Non mangiamo una sufficiente quantità di frutta e verdura. Ce lo ripetono tutti, ma è difficile "regolarsi". D'altronde, il problema riguarda sia gli adulti che i bambini. Ed è proprio dai bambini che deve cominciare l'educazione verso una corretta alimentazione. Facile a dirsi, ma come possiamo mettere in pratica tutto questo?
Bisogna far in modo che i bambini e i ragazzi scoprano gli aspetti scientifici più divertenti e applicativi di frutta e verdura. In generale, è utile anche ai ragazzi capire cosa c'è dentro il cibo, meglio se tramite esperimenti che possano condurre da soli o con l'aiuto o la supervisione di un adulto.
Expo Milano 2015, padiglione del Kazakhstan: la mela da 1 kg a confronto con una "normale"
Ad esempio, la mela, originaria dell'Asia centrale - non a caso in Kazakhstan si producono mele da 1kg ciascuna !!! - può essere tagliata in modo da scoprire la stella contenente i semi. E, con la stella, anche la matematica della bellezza delle proporzioni.
E poi, lo sapevate che l'acino d'uva, sulla sua buccia, ospita migliaia di minuscoli esseri viventi? Con due sacchetti di plastica, un po' d'uva e del lievito liofilizzato è possibile produrre alcol e anidride carbonica. Occorre schiacciare gli acini, far uscire l'aria e mettere al caldo. I lieviti (quelli dell'uva e quelli aggiunti) mangiano lo zucchero dell'uva e lo trasformano in alcol e anidride carbonica. L'aria va tolta dai sacchetti, perché la reazione di verifica in assenza di ossigeno.
A proposito, se non volete mangiare troppi zuccheri, occhio ai datteri: più della metà di un dattero è fatta di zucchero.
Uva (Benevento)
E infine, avete comprato troppa frutta? Una parte di essa è ormai completamente marcia? Questo non è un caso, dietro questo fatto c'è una ragione che ha addirittura a che fare con l'evoluzione: la frutta marcisce al fine di eliminare la polpa per far uscire i semi. In questo modo, dai semi, nasceranno nuove piante....
Walter Caputo (autore anche delle foto contenute in questo articolo)
Pizza ortolana (Ristorante "A figlia d'o marenaro" - Napoli)
Cosa c'è di meglio di una bella pizza ortolana? Una pizza ortolana gustata a Napoli, ovvero nel luogo in cui la pizza è nata. Quel cornicione alto e la foglia di basilico richiamano immediatamente la tradizione napoletana.
Ma, senza farina, il vostro piatto resterebbe vuoto. Niente pizza. E allora, cosa succede nel piccolo chicco di una graminacea?
Innanzitutto dobbiamo considerare la strategia della pianta, che è quella di morire, per consentire la nascita di tante vite. Come fanno i genitori con i propri figli, la pianta madre - nell'ultima fase della sua esistenza - si preoccupa di ciò che servirà ai suoi figli per crescere e svilupparsi.
Ma com'è fatta una pianta di graminacea? E' costituita da un asse principale, spesso verticale, detto culmo. Quest'ultimo è composto da nodi e internodi. Dai nodi si dipartono le foglie. Le radici si sviluppano nei primi 10-15 centimetri di terreno.
All'apice del culmo si trova l'infiorescenza (spiga o pannocchia). Il polline, che in genere comincia ad essere trasportato dal vento nel mese di maggio (e ne sanno qualcosa coloro che sono allergici alle graminacee), è caratteristico della fase di fioritura.
Spiga (Benevento)
Il successo della fecondazione consente la nascita di un frutto secco (che ha solo il 13%/14% di contenuto idrico), detto cariosside. Esso contiene una pianta in miniatura, un magazzino di sostanze nutritive (zuccheri, proteine, vitamine, grassi, fibre) e tutte le informazioni genetiche necessarie per il suo sviluppo. Quest'ultimo procede soltanto grazie all'acqua: infatti, solo quando il contenuto idrico della cariosside giunge al 30% circa, viene innescata la crescita delle foglie e delle radici.
L'assorbimento dell'acqua avviene nel terreno, in particolare tramite l'idrolisi dell'amido. A partire da quest'ultimo, che si trova nel magazzino delle sostanze nutritive, vengono messi a disposizione zuccheri più semplici per la piccola piantina.
Volendo usare termini informatici, il sistema operativo della graminacea si chiama meristema. Una parte si trova sull'apice del culmo e funziona come sensore: registra le condizioni esterne per fornire istruzioni di crescita alla pianta. Un'altra parte del meristema si trova in corrispondenza di ogni ascella di ciascuna foglia (ovvero dove nascono nuove foglie). Infine, in corrispondenza di ogni internodo, c'è un meristema intercalare, il cui fine è "allungare" la pianta verso l'alto appena comincia l'infiorescenza.
Mais (Expo 2015: padiglione del Kazakhstan)
Trovate molto di più di quanto ho qui sinteticamente riportato, nell'ottimo libro di Stefano Bocchi, "Zolle - storie di tuberi, graminacee e terre coltivate" (Raffaello Cortina editore). Come ben scrive l'autore, il libro vi servirà soprattutto per comprendere i "futuri problemi di produzione alimentare, cura del territorio, alimentazione, uso sostenibile delle risorse".
Walter Caputo (autore anche delle foto di questo articolo)
Se andate all'Expo di Milano (aperto fino al 31 ottobre 2015), e volete saperne di più sull'olio di palma, allora vi consiglio di visitare il padiglione della Malesia. Dopo la foresta pluviale, popolata di tapiri, orsi, tigri e pangolini, scoprirete che l'Indonesia e la Malesia forniscono l'85% di tutto l'olio di palma utilizzato a livello mondiale. E, nei due paesi citati, 4,5 milioni di persone si guadagnano da vivere proprio grazie a quest'olio, che spesso è fonte di discussioni. Se quindi volete indagare sull'olio di palma, siete nel posto giusto.
Se volete invece trovare le palme da olio dovete recarvi nelle regioni intorno all'equatore. Infatti la palma ha bisogno di sole e umidità, temperature comprese fra 24°C e 32°C e precipitazioni uniformemente distribuite nell'arco dell'anno.
Ma occorre innanzitutto distinguere fra olio di palma, estratto dal frutto ed olio di palmisto, estratto dal nocciolo. Si tratta in ogni caso di un olio di origine vegetale. I primi frutti vengono raccolti dalla pianta quando ha tre o quattro anni, e la sua durata può giungere fino a 30 anni! Insomma, si tratta di una coltura piuttosto efficiente in termini di rendimento per unità di superficie coltivata. Di conseguenza l'olio di palma è abbastanza economico e - non a caso - moltissimi prodotti che trovate al supermercato (compreso la Nutella) contengono olio di palma. Non sorprende che la produzione mondiale di questo olio sia quadruplicata nel giro di circa 20 anni.
Olio di palma certificato RSPO
E allora come contrastare l'eccessivo utilizzo di suolo destinato alla produzione di olio di palma? Grazie ad una pubblicazione della "European Palm Oil Alliance", il cui obiettivo è informare i consumatori in modo equilibrato sulle caratteristiche dell'olio di palma, ho scoperto che sono stati definiti gli standard per "l'olio di palma sostenibile". D'altronde, da un lato ci sono esigenze economiche, nel senso che lo sviluppo di alcuni paesi poveri dipende proprio dall'olio di palma, mentre dall'alto ci sono rischi di pratiche agricole non sostenibili (ad es. l'uso eccessivo di pesticidi o la violazione dei diritti delle comunità locali), di deforestazione e di riduzione della biodiversità.
Ecco perché, nel 2004, è nata la RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil - Tavola rotonda sull'olio di palma sostenibile: dal 13 al 16 novembre 2015 si terrà la 13esima conferenza), un'associazione senza fini di lucro che unisce produttori, esportatori, trasformatori e distributori di olio di palma su alcuni punti essenziali per produrre in modo sostenibile:
- trasparenza e rispetto delle leggi;
- sviluppo economico di lungo termine;
- responsabilità ambientale e conservazione delle risorse naturali e della biodiversità.
Acidi grassi saturi nella pizza surgelata
Attualmente la RSPO ha 2356 membri e - al 31 luglio 2015 - la porzione di olio di palma certificato RSPO a livello globale è pari al 20%. Insomma, fatto sta che, appena tornato dall'Expo, apro un cassetto della cucina e trovo un surrogato di nutella, da poco acquistato in un supermercato tedesco a Puerto de la Cruz (Isola di Tenerife - Arcipelago delle Canarie). E scopro che l'olio di palma contenuto al suo interno è certificato RSPO (si veda l'immagine). Con quali benefici? Riduzione delle emissioni di gas serra, migliore trattamento dei rifiuti, minore uso di pesticidi, maggiore rispetto delle normative in vigore nei paesi di produzione, riduzione degli incidenti sul lavoro e aumento della produttività.
Infine, il contenuto di grassi nell'olio di palma è piuttosto equilibrato fra saturi e insaturi. Quindi il contenuto di acidi grassi saturi (che possono danneggiare la salute - l'EFSA ne raccomanda l'assunzione più bassa possibile) oscilla tra il 45 e il 55%, come lo strutto. Sicuramente la percentuale è più elevata rispetto agli oli d'oliva, di girasole e di colza, nei quali gli acidi grassi saturi non superano il 20%. Ma è anche vero che nel burro, nell'olio di cocco e nel burro di cacao gli acidi grassi saturi superano il 60%. Avete mangiato tortellini burro e salvia a pranzo, oppure avevate finito il sugo e avete cucinato degli spaghetti al burro? Mica vi piacciono i biscotti al burro?
Se invece optate per una pizza, anche surgelata (non tutte le pizze surgelate sono sgradevoli rispetto a quelle consumate in pizzeria), sappiate che - in 100 grammi di pizza - ci sono soltanto 3,4 grammi di acidi grassi saturi, quindi - con una pizza intera da 380 grammi assumerete circa 12,9 grammi di acidi grassi saturi.
Sabato 16 maggio 2015, a Torino, la giornata era splendida: alle 19 c'era ancora un bel sole, ma senza la soffocante umidità di questi giorni d'agosto. Da Miele, in Piazza Bodoni 4/M, si era in attesa di un evento di show cooking con il pizzaiolo-scrittoreCristiano Cavina. Ho già scritto sul suo libro, "la pizza per autodidatti" (editore Marcos y Marcos), un ottimo esempio di romanzo-saggio, ovvero una guida per tutti coloro che vogliono lavorare nel settore, ma anche una divertente lettura per chi cerca semplicemente un buon romanzo.
Fra il pubblico, si notava la presenza di una parte della redazione di Gravità Zero, in cerca di interessanti informazioni scientifiche sulla pizza, da pubblicare dove, se non su questo blog specifico, che tratta di Pizza e Scienza? (d'accordo, in questo blog ci si allarga ogni tanto verso la "scienza in cucina".....).
Cristiano Cavina mostra l'impasto
Con il piglio di chi - in 20 anni - ha sviluppato proprie abilità, ricette e trucchi del mestiere, Cavina esordisce con questa affermazione: "Non farò il mio impasto, perché sarei dovuto venire una settimana prima". Cristiano coglie quindi l'occasione per informare il pubblico che esistono pizzerie che fanno l'impasto il pomeriggio per la sera, ma, in questo modo, la pizza - non avendo terminato la lievitazione - continuerà a lievitare nello stomaco dei malcapitati, i quali sentiranno molta sete (e la attribuiranno al sale...).
Innanzitutto, quale farina conviene utilizzare? Cavina preferisce una zero rinforzata, evitando il farro e il kamut, in quanto sono troppo dure da impastare e la pizza non viene bene. D'inverno utilizza la farina di castagne, che è comunque difficile da "domare". In ogni caso, quando si ha a che fare con farine "selvagge", si può sempre fare una focaccia con il cioccolato, oppure con nutella e pepe o anche con olio e pancetta. Per far sì che la farina "tenga il pomodoro", se si vuole usare quella di castagne, conviene tagliarla con un'altra farina.
E l'impasto? Farina, acqua, lievito e zucchero. Dopo si aggiunge un po' di sale e infine olio d'oliva, ma non l'extravergine, perché "sa troppo di olio" e rovina il gusto della pizza. Inoltre, come eliminare quel fondo della pizza (dopo la cottura) che risulta sempre troppo umido e talvolta anche gommoso, se non si dispone di un forno a legna? Nel forno di casa vostra potreste aggiungere una pietra refrattaria: la base della pizza, dopo la cottura, risulterà decisamente migliorata.
I panetti
Fare le palline di impasto (in termini tecnici, il panetto) è una delle cose più difficili da imparare. Come si vede nel video qui sotto, il trucco è utilizzare le mani, ma senza strofinare la pallina sul piano. Piuttosto, è opportuno fare un buco (sotto la pallina), che poi va coperto.
Altro trucco: e se dovete fare una pizza vegetariana (che peraltro è la mia preferita, nella versione senza pomodoro....)? Il suggerimento di Cristiano è: non cuocete prima melanzane e peperoni, ma fateli direttamente in graticola, nel forno a legna! Inoltre, sopra la pizza è meglio non mettere la salsa di pomodoro: conviene usare la polpa di pomodoro con un po' d'olio, di acqua, sale quanto basta, origano o - se l'origano non piace - pepe. In ogni caso il pomodoro va spalmato dal centro verso l'esterno.
La crosta, sebbene sia ricca di utili antiossidanti, non è obbligatoria. Si può anche non fare: il pomodoro terrà lo stesso.
Il problema è piuttosto la mozzarella: se si intende utilizzare quella di bufala, bisogna prima strizzarla. Inoltre occorre evitare di fare la conca al centro della pizza, perché sarà lì che si concentrerà l'acqua.
Fra il pubblico c'è chi prova a fare la pizza, chi assaggia, chi osserva e chi pone quesiti
Durante lo show cooking, Cavina non ha a disposizione il "suo" forno a legna che tiene 16 pizze, ma solo un forno elettrico, che non supera i 225°C.
Avverte quindi il pubblico che la temperatura è troppo bassa, inoltre la prima pizza che uscirà assorbirà calore e - rendendo il forno più freddo - peggiorerà la qualità della seconda pizza.
Giustamente Cristiano conclude con il dolce: perché non mettere la marmellata nella pizza? Si può chiudere, piegare e innaffiare con un adeguato liquore (in questo caso il Grand Marnier è perfetto. E qui mi viene in mente che la crepe al grand marnier è la mia preferita. Ora ho decisamente fame....).
Walter Caputo (autore anche delle foto e del video di questo articolo)
Vedete la ciotola bianca? Provate a colpire la superficie con una bella martellata!
In occasione della mostra "La Scienza in cucina", ancora aperta fino a domenica 10 maggio, stamattina alle 10 ho potuto assistere ad un'interessante conferenza del giornalista scientifico Antonio Lo Campo. Tema: il cibo nello spazio.
Non poteva quindi mancare una mia domanda finale: "E la pizza?". La pizza, in orbita, non c'è ancora andata. Ma potrebbe essere solo una questione di tempo, nel senso che è innegabile che essa piaccia a molti astronauti (e non solo italiani !!!), ma dobbiamo pazientare un po'. Bisogna dar tempo alla scienza e alla tecnologia, affinché si riesca ad integrare il menu spaziale con uno dei piatti più mangiati al mondo.
D'altronde l'astronauta Paolo Nespoli aveva chiesto di poter mangiare pizza sulla Stazione Spaziale Internazionale, ma - mentre era già in orbita a 400 km sopra le nostre teste - gli hanno detto che non era possibile. Chissà come si sarà sentito.
Birra e Azoto. Altrimenti, niente schiuma!
Il problema è che la pizza è un cibo delicato, è difficilmente conservabile a lungo, anche se venisse trattato in maniera adeguata. Quella surgelata? Sulla Stazione Spaziale non c'è il frigorifero, né il congelatore, in quanto consumano troppa energia elettrica, quindi bisogna puntare proprio su qualche innovazione che consenta la conservazione della pizza, e ne mantenga il sapore a livello - almeno - accettabile.
Mi auguro che il prossimo astronauta italiano (dopo Samantha Cristoforetti, la cui missione pare sia stata prolungata di un mese) possa mangiare una bella pizza, possibilmente condividendola con gli altri colleghi, sulla Stazione Spaziale, come in pizzeria. Magari la Argotec di Torino, che ha preparato il menu degli ultimi astronauti italiani, potrebbe inventare qualcosa...... e, perché no? Potrebbe avvalersi dell'Accademia Pizza e Scienza !!!
L'esplosione di un uovo, appena uscito dal forno a microonde
Intanto, a proposito di esperimenti di scienza in cucina, terminata la conferenza, sono andato a dare un'occhiata alla mostra. La trovate aperta ancora oggi pomeriggio fino alle 18 e domenica 10 maggio dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 18 (Sala delle Arti, Parco Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Via Torino 9, Collegno, TO).
Cosa troverete? Una risposta a domande molto interessanti, ad esempio:
- Come funziona un fluido non newtoniano?
- Come si cucina sopra una piastra ad induzione?
- Com'è possibile che la schiuma della birra Guinness derivi da una pallina di azoto?
- Quali sono i passi da compiere per far esplodere un uovo in un forno a microonde?
- Si può accendere una lampadina senza energia elettrica?
Cristiano Cavina - La pizza per autodidatti - Marcos y Marcos
Talvolta un buon libro salta fuori dove meno te l'aspetti. E non te ne accorgi neanche tu direttamente, perché è tua moglie che ti tira una gomitata dicendoti: "Mica ti interessa quel libro lì?". E' andata proprio così, domenica 19 aprile, mentre aspettavo in coda, al cinema Fratelli Marx di Torino.
Una pizza a forma di cuore infranto ha colpito mia moglie. Risvegliatomi dal tipico torpore pomeridiano, ho afferrato il libro e ho avuto pochissimi minuti per guardarlo, perché stava per cominciare "Le vacanze del piccolo Nicolas".
In quel breve intervallo di tempo ho apprezzato il titolo: "La pizza per autodidatti", ho verificato - con esito negativo - di conoscere l'autore e ho letto qualche riga. L'ho trovato interessante perché il mestiere di pizzaiolo viene spiegato in modo pratico, a partire dall'esperienza dell'autore. Mi è sembrato anche molto divertente, perché l'autore è uno scrittore, non un serioso saggista.
Poi, mentre il film stava cominciando, ho riflettuto in questi termini: "Ma se un autodidatta diventa un pizzaiolo, allora a cosa serve frequentare un corso per pizzaioli? E' vero che se vai a lavorare in un posto dove trovi qualcuno bravo, dotato anche della tipica pazienza dell'insegnante, sei a posto, perché lui ti insegnerà il mestiere. Però non è detto che nella pizzeria che ti vuole assumere ci sia una persona che abbia tempo, voglia e capacità di starti dietro. Non tutti, come l'autore del libro, hanno lo zio pizzaiolo. Magari vogliono uno che sia già operativo, già formato e già in grado di lavorare. Bé, in questo caso il corso dell'Accademia Pizza e Scienza è perfetto, perché è corredato da un master formativo retribuito o da uno stage. Se fai il corso, a cosa ti serve il libro, scritto peraltro dal bravissimo Cristiano Cavina e pubblicato da Marcos Y Marcos? Ecco, però a questo punto la vera domanda da farsi è come sia possibile che una persona a caso desideri fare il pizzaiolo. Chi glielo dice cosa significa fare il pizzaiolo? E' un lavoro adatto a lui, oppure no? La risposta è proprio il libro di Cavina, perché lui racconta (molto bene) le gioie e i dolori del mestiere".
Cristiano Cavina
Terminato il film, ho ulteriormente esaminato il libro e l'ho acquistato. Nella settimana successiva mi sono reso conto che le mie impressioni erano corrette. Il libro di Cavina è proprio destinato a chi ama la pizza e a chi la vuol fare. Cristiano Cavina non ha "scelto" di fare il pizzaiolo: in un certo senso si è trattato di un matrimonio combinato, ma poi sono arrivate le soddisfazioni - sia economiche sia di realizzazione professionale. Prima le pizze si bruciano, poi sono crude, infine il forno non è a temperatura, e magari in quel momento hai tutti gli occhi puntati addosso. Ma poi passano i mesi e impari a fare le pizze. E tutti sono soddisfatti. Prima di tutti, tu - che hai un mestiere, un lavoro e uno stipendio. Grazie, Cristiano Cavina, per aver scritto questo libro. L'apprezzamento è condiviso dallo staff dell'Accademia Pizza e Scienza.
Sappiamo già che - sul fronte della sicurezza alimentare - l'Europa è ben equipaggiata. D'altronde Instar libri ha pubblicato un buon testo sull'argomento, semplice e divulgativo. E l'autrice è stata anche intervistata da Gravità Zero. Insomma, la normativa europea è più restrittiva rispetto a quella in vigore in altri paesi.
Tuttavia, non dobbiamo trascurare che esistono sempre dei margini di miglioramento. Nelle scorse settimane vi ho segnalato cinque cose da sapere sui microorganismi che potreste trovare nel cibo, citando, anche in quel caso, un buon libro che vi potrà fornire una panoramica completa sull'argomento, ma anche sufficientemente sintetica.
Questa volta, invece, sul tema del miglioramento della sicurezza alimentare vi segnalo un interessante pdf del Ministero della Salute, che illustra ciò che dobbiamo sapere sull'etichettatura degli alimenti. Perché ve ne parlo? Perché l'Europa ha fatto un passo avanti nella sicurezza alimentare con il Regolamento (UE) n. 1169/2011 che - dal 13 dicembre 2014 - aggiorna vecchie regole e ne stabilisce di nuove, proprio per stare al passo con i tempi.
"Alimentazione e salute - la sicurezza nel piatto" è l'ottimo articolo che Valentina Luisalba Filippini ha pubblicato su Ratio Famiglia del mese di aprile 2015, proprio al fine di evidenziare le nuove principali regole. Di interesse generalizzato è senz'altro la data di scadenza: se si tratta di "da consumarsi preferibilmente entro il...." sappiate che - dopo quella data - le caratteristiche organolettiche dell'alimento potrebbero essere cambiate, ma non ci sono rischi per la salute. Se invece leggete: "Da consumarsi entro il...", allora non è possibile superare la data di scadenza, nel senso che - dopo quella data - l'alimento non va più consumato.
Alimenti allergizzanti: grano, cozze, crostacei, arachidi, pesce e formaggi (www.salute.gov.it)
Tra le nuove regole, non possiamo non citare quelle inerenti gli allergeni, ovvero sostanze che possono provocare gravi disturbi o anche allergie in determinati soggetti. Tali sostanze vanno evidenziate sull'etichetta, con caratteri che ne consentano l'immediata identificazione e che possano porli in risalto rispetto agli altri ingredienti, contenuti nell'alimento. A tal proposito, il chimico industriale Matteo Sarzi Amadé, nello stesso numero di Ratio Famiglia, ci spiega che il fenomeno delle intolleranze e delle allergie sta diventando piuttosto importante.
La novità giuridica di assoluto rilievo è che gli allergeni, dal 13 dicembre 2014, devono essere segnalati anche in tutti gli alimenti che trovate al ristorante o che comunque acquistate sfusi, come ad esempio il cibo da asporto. Di conseguenza, gli esercenti dovranno comunicare le informazioni inerenti gli allergeni tramite menu, cartelli, appositi registri. Al limite troverete un cartello che vi indica la necessità di chiedere al personale quesiti sugli allergeni.
E' da ieri che non penso ad altro. Lo ammetto: sono curiosissimo. Solo ieri ho letto una notizia, secondo la quale la Regione Calabria presenterà il "Muscolo di Grano" all'imminente Expo 2015. Ma cosa diavolo è il "Muscolo di Grano"? Perché si chiama così? Chi l'ha inventato? E a cosa dovrebbe servire? Ma soprattutto: si può fare una bella pizza al muscolo di grano? Se sì, con quali ingredienti?
"Muscolo" richiama la carne, ma il muscolo di grano non è fatto di carne. Ne ha l'aspetto, ne possiede la consistenza ed anche il gusto assomiglia a quello della carne. Ma "il muscolo" è composto essenzialmente da farina di frumento, legumi e spezie.
Va bene, ma di che tipo di frumento si tratta e quali legumi vengono utilizzati? Inoltre, come avviene la lavorazione e in cosa consiste il mix di spezie?
Nel "muscolo" c'è la farina di grano Cappelli, la farina di lenticchie e poi rosmarino, basilico, origano, alloro, menta, olio extravergine di oliva e sale.
Enzo Marascio
Il muscolo di grano è stato "creato" molti anni fa da Enzo Marascio, ad Isca sullo Ionio (Catanzaro), in Calabria. All'età di 37 anni ad Enzo è stato diagnosticato il diabete mellito, aggravato da ipertensione ed ipercolesterolemia. Ha dovuto smettere di mangiare carne (ed ha deciso di abbandonare le classiche medicine tradizionali), ma - dopo vari esperimenti - è riuscito, nel 1991, ad inventare un sostituto della carne, con proteine vegetali, anziché animali.
Esiste una documentazione scientifica inerente il muscolo di grano?
Qui cominciano le ombre. In un articolo Enzo Marascio cita il Prof. Luciano Pecchiai, che ha scritto un resoconto sul prodotto, ma ha anche fatto affermazioni discutibili in merito alla celiachia e agli OGM. In quello stesso articolo, Marascio cita anche il Prof. Ferdinando Tateo, il quale però ha redatto una dichiarazione, affermando che il proprio nome è stato illegittimamente accostato - come perito - al prodotto commerciale "muscolo di grano".
Sappiamo tutti poi che la scienza richiede la massima trasparenza: se qualcuno inventa qualcosa, quel prodotto va "testato" da altri (scienziati): nel caso del muscolo di grano, si legge sul sito che "la qualità degli ingredienti selezionati e l'artigianalità sono parte del metodo segreto con cui si prepara il Muscolo di Grano". Appunto, il metodo è segreto.
Marco Bianchi
Però c'è Marco Bianchi: è un tecnico di ricerca biochimica e si occupa di oncologia molecolare e divulgazione scientifica. Ha scritto: "Io, poi, sono un gran consumatore di muscolo di grano, un concentrato di proteine del grano e derivate dai legumi, che è un'ottima alternativa al pesce e alla carne".
Cito poi testualmente dall'articolo di Focus: "Dal punto di vista nutrizionale, il 'muscolo di grano' è una preparazione alimentare proteica (21%), priva di grassi e di colesterolo, con poche calorie (140-150 kcal per 100 grammi) ma con tutti gli aminoacidi essenziali. E' ricco di ferro, zinco, potassio, calcio e magnesio. Il 'muscolo di grano', poi, può essere servito sotto forma di bistecche, roast beef, porchetta, prosciutti, salumi".
Insomma, attendiamo ulteriori riscontri scientifici e ci auguriamo un pieno successo del Muscolo di Grano all'Expo 2015. Ah, dimenticavo la pizza.... non preoccupatevi, se l'Accademia Pizza e Scienza dovesse preparare la pizza al muscolo di grano, ve lo farò sicuramente sapere!!!
Se la pizza è un simbolo del nostro paese, il pomodoro è il re della pizza. D'altronde è risaputo che (forse) la pizza napoletana diventerà patrimonio dell'umanità Unesco. Inoltre la pizza napoletana con mozzarella e alici è un piatto unico, ovvero una portata capace di assicurare da sola tutti gli apporti nutritivi, che normalmente sono forniti da un pasto completo.
Ma torniamo al nostro "pomo d'oro", così chiamato perché - nel 1540 - quando giunse in Europa dall'America, era giallo!!! Poi - nel '600 - grazie alle condizioni climatiche più favorevoli, diventò rosso, proprio come una bacca velenosa.....
Sappiamo bene che il pomodoro non è velenoso, anzi - nonostante venne usato in principio solo come pianta ornamentale - è ottimo, soprattutto sulla pizza. Infatti, il pomodoro è indicato per tutti:
- anche per chi segue una dieta, perché è ipocalorico (solo 19 Kcal ogni 100 grammi);
- anche per i diabetici, perché contiene pochi zuccheri (solo 3,5 g di carboidrati ogni 100 g);
- anche per gli ipertesi, grazie alla ridotta quantità di sale.
Ma allora, di cosa è fatto un pomodoro? D'acqua, per oltre il 90%. E perché è rosso? A causa del licopene, un pigmento che funziona da antiossidante, oltre a contrastare l'insorgenza di alcuni tipi di tumori (soprattutto quello della prostata).
Il pomodoro è anche un po' acido, quindi aiuta la digestione, ma non è indicato per chi soffre di acidità di stomaco. Occorre quindi fare attenzione, come anche nel caso di soggetti allergici all'istamina (che è una sostanza contenuta nel pomodoro).
Non dimentichiamo infine che il pomodoro è in guerra con la Popillia Japonica, un coleottero che lavora sotto terra e mangia le radici. "Fortunatamente", alla Popillia non piace soltanto il pomodoro, ma anche altre 294 specie vegetali.....
La pizza napoletana si candida a diventare Patrimonio Immateriale dell'Umanità UNESCO e noi - dell'Accademia Pizza e Scienza - non possiamo che esultare. D'altronde, avevamo già rilevato in un articolo la raccolta delle firme, che rappresenta il primo passo per essere inseriti nella lista Unesco.
Il maestro pizzaiolo Alessandro Racco, uno dei docenti dell'Accademia Pizza e Scienza
I motivi sono molteplici, ma agli italiani interessa soprattutto tutelare una delle nostre tradizioni più importanti. Non si tratta di non poter fare la pizza come si desidera, ma di capire che la pizza napoletana si fa in un certo modo, e quello deve rimanere.
L'Accademia Pizza e Scienza si propone infatti di coniugare la tradizione con la scienza, in modo che la nostra pizza sia sempre distinguibile da altri preparati simili, e che sia aggiornata man mano che le conoscenze scientifiche procedono.
A tutti è capitato, almeno una volta, di mangiare la peggior pizza della propria vita. A me è successo nell'estate del 2013, nelle Isole Azzorre, in particolare sull'Isola di Sao Miguel. Mio figlio voleva mangiare una pizza e non c'era verso di fargli cambiare idea. Ci siamo quindi recati in un ufficio turistico per chiedere dove poterne mangiare una decente. Grazie a mia moglie - che con l'inglese se la cava decisamente bene - abbiamo ottenuto l'informazione e raggiunto il ristorante.
Detto in breve, la pizza era una suola rigida di compensato ricoperta di formaggio (anziché mozzarella) e condita con ketchup (invece che pomodoro). Assolutamente immangiabile. Ho cercato peraltro di spiegare alla cassiera del ristorante che "quella roba" non poteva definirsi pizza. Ma il mio inglese non è granché. E - in ogni caso - lei non mi è sembrata molto interessata alla faccenda. Ecco perché è necessario un riconoscimento sovranazionale.
Alessandro Racco, in una bella acrobazia
Dal 1° aprile 2015 al 15 novembre 2016 i valutatori dell'Unesco esamineranno la candidatura italiana. Dovremo aspettare, quindi, per conoscere l'esito. Ma intanto le porte dell'Accademia Pizza e Scienza sono aperte per tutti coloro che vogliono diventare pizzaioli e depositari dell'antica tradizione napoletana.
"ABC dell'igiene e sicurezza nel settore alimentare" - EPC editore
Talvolta il cibo può risultare inquinato da microrganismi e le conseguenze sulla salute possono essere anche gravi. Ecco perché è essenziale conoscere alcuni fondamenti di igiene degli alimenti.
Elenco quindi una serie di cose da sapere, utili non solo per i lavoratori che operano nell'ambito della ristorazione, ma per tutti. Infatti - non è solo in un ristorante o in una pizzeria che può verificarsi una tossinfezione alimentare, ma anche a casa vostra, magari a causa di un piatto che avete cucinato proprio voi.
N. 1 - DA DOVE VENGONO I MICRORGANISMI? Dall'uomo, dall'animale, da veicoli (es. acqua, stoviglie, contenitori) o da vettori (es. mosche, zanzare, topi).
N. 2 - I MICRORGANISMI SONO TUTTI UGUALI? No, esistono i batteri, i virus, i parassiti e le muffe.
N. 3 - UN SOLO MICRORGANISMO PUO' PROVOCARE UNA MALATTIA? In generale, pochi microrganismi non sono in grado di determinare una malattia, ma se sono molti (nel senso che hanno trovato le condizioni giuste per moltiplicarsi), allora può verificarsi una tossinfezione alimentare.
N. 4 - TUTTI I MICRORGANISMI SONO NOCIVI PER L'UOMO? No, però ad occhio nudo è difficile capire se il microrganismo sia nocivo oppure no, quindi è opportuno seguire criteri di prevenzione che consentano di tenere alla larga tutti i microrganismi.
N. 5 - SE LA MUFFA ATTACCA UN FORMAGGIO, DEVO NECESSARIAMENTE BUTTARLO? No. Se ammuffisce la superficie dei formaggi duri, basta grattare via la muffa accuratamente.
Troverete questo e molto altro in "ABC dell'igiene e sicurezza nel settore alimentare", scritto da Agostino Messineo e pubblicato da EPC editore. Buona lettura!!!
"Tutti in festa con pi greco", di Anna Cerasoli pubblicato da Editoriale Scienza
Oggi è il 14 marzo 2015, in notazione anglosassone 3-14-15, che - scritto in forma "decimale" - risulta essere 3,1415....... Questo è un numero molto famoso, con una storia più lunga di 2000 anni. E' il Pi Greco e viene festeggiato ogni anno il 14 marzo, grazie all'idea del fisico americano Larry Shaw.
Perché ne scrivo su Pizza e Scienza? Perché la pizza è approssimativamente una circonferenza e può essere interessante saper determinare la misura della circonferenza della pizza che mangerete stasera. Ma non solo, potreste anche divertirvi a calcolare la superficie della vostra pizza, stupendo infine gli amici (e le amiche!!!) con la rivelazione dell'equazione della pizza, che non è altro che l'equazione di una circonferenza.
Allora, ciò che dovete fare è leggere questo articolo e portarvi dietro - stasera - un metro: va bene anche uno di quelli di carta che trovate al Brico o da Ikea. Vi servirà per misurare il raggio della vostra pizza e controllare - tramite la misura della circonferenza - che i conti siano giusti. Inoltre, se volete conoscere la storia del Pi Greco, e le vicende di coloro che l'hanno scoperto, vi consiglio senz'altro di leggere l'ottimo "Tutti in festa con Pi Greco", che - proprio oggi - è stato recensito su Gravità Zero.
Circonferenza ed area della pizza
Per determinare il Pi Greco, Archimede è partito da una circonferenza (che intendeva misurare, ma la cui misura doveva dipendere dal diametro - ovvero il doppio del raggio) e ha studiato quali poligoni potessero contenerla e quali potessero invece essere collocati al suo interno.
Naturalmente, disporre della lunghezza di un poligono esterno ed uno interno ad una circonferenza, può essere molto utile per fissare i limiti, fra i quali può variare la lunghezza della circonferenza. Tuttavia, se occorre un buon livello di precisione, bisogna aumentare il numero di lati dei poligoni, in modo che "approssimino" sempre meglio la circonferenza.
E' proprio con questo metodo che Archimede è riuscito a determinare che ogni circonferenza è un po' più grande di tre volte il suo diametro. Allora, la circonferenza della vostra pizza è pari a 2 per Pi-Greco per "r". Ipotizziamo (come nell'immagine) che il raggio sia pari a 15 cm. 2 x 3,1415 x 15 fa circa 94 cm. Ma, se il raggio è 15, il diametro è 30 e tre volte il diametro fa 90 cm. 94 cm è giusto un po' più grande di 90, quindi la vostra pizza ha una circonferenza un po' più grande di tre volte il suo diametro.
L'equazione della pizza, con un errore... Sapreste individuarlo?
Per determinare l'area della pizza, come potete procedere? Archimede considerò che una circonferenza può essere composta da tanti anelli (come il bersaglio del tiro con l'arco) e che questi anelli possono essere separati e "srotolati". Così facendo egli scoprì che l'area del cerchio corrisponde all'area di un triangolo che ha per base la lunghezza della circonferenza e per altezza il raggio.
Dato che l'area di un triangolo si ottiene da (base x altezza)/2, allora l'area del cerchio sarà (lunghezza della circonferenza x raggio)/2 ovvero (2 x Pi Greco x r x r)/2, quindi Pi Greco x r al quadrato. Come potete vedere nell'immagine, una pizza con un raggio di 15 cm ha un'area di circa 707 cm quadrati, ovvero 707 quadratini da un centimetro di lato.
Infine, nell'immagine, potete vedere l'equazione di una circonferenza con centro di coordinate alfa e beta e raggio "r". Tale equazione è stata applicata ad una pizza con centro (3;4) e raggio.... pari a 2!!! Piuttosto minuscola direte voi se fossero 2 cm, ma potrebbero anche essere 2 metri...
Nell'applicazione dell'equazione è stato commesso un errore. Sapreste individuarlo?
Torino, 8 Gallery, Via Nizza 230, Interno cinema, sala 6, come 6 marzo 2015.
Prima dell'inizio delle conferenze
Sono circa le 10 ed è terminata la presentazione della Festa della Matematica. Brillantissimo il Dott. Tommaso Marino, per aver ben introdotto le due conferenze del mattino, gli sponsor e le gare del pomeriggio. Fra gli sponsor c'è una new entry: Pizza e Scienza, che aveva già fornito anticipazioni sull'evento. In sala è presente anche Gravità Zero, sulle cui pagine - alcuni giorni fa - è stata pubblicata un'intervista a Giovanni Filocamo, noto divulgatore scientifico, nonché relatore della seconda conferenza della mattina.
E' appena cominciata la prima "conferenza-spettacolo", con la voce narrante di Daniele Squassina e la chitarra di Maurizio Lovisetti. Il titolo è intrigante, "La formula segreta" e - nell'introduzione - viene posto il quesito: "Come si risolve un'equazione di terzo grado?"
Intorno a questa domanda si sviluppa - anche tramite immagini molto suggestive - una storia che ci mostra il lato umano della matematica. Tutto comincia in una tragica notte, quella fra il 18 e il 19 febbraio 1512, quando Brescia è sotto assedio e Niccolò Tartaglia si rifugia nel Duomo, pensando di essere al sicuro. Purtroppo in quella notte egli verrà ferito gravemente - anche alla bocca - e comincerà a balbettare (ed è questa l'origine del suo cognome).
L'equazione cubica senza termine di 2° grado. Risolvibile con la formula di Tartaglia.
Superata quella notte, Tartaglia - in gran parte autodidatta - si mette a fare il maestro d'abaco, un antico mestiere che oggi potrebbe essere definito "consulente di matematica pratica (soprattutto per il commercio)". Mentre gira per l'Italia in cerca di incarichi professionali, la sua vita si intreccia con le disfide scientifiche e con matematici del calibro di Fra Luca Pacioli e Gerolamo Cardano.
La potenza di Tartaglia è palpabile nel momento in cui egli riesce a trovare una formula risolutiva per una determinata tipologia di equazioni di 3° grado: quelle a cui manca il termine di 2° grado. Cardano, che era soprattutto un medico (peraltro con il vizio del gioco), vuole la formula, ma dopo tanto insistere ottiene solo una poesia, all'interno del quale è celata la formula. Ma non riesce ad estrarre la formula dalla poesia. Poi però trova un metodo per risolvere le equazioni di 4° grado, riducendole ad equazioni di terzo, del tipo di Tartaglia. E nel 1545 pubblica un libro, passato alla storia con il nome di "Ars Magna".
La formula di Tartaglia in versi
Non ci sono resoconti ufficiali sull'esito della disputa fra Tartaglia e Cardano. Ma - probabilmente - non vinse nessuno dei due. E' vero che Cardano conquistò una maggiore celebrità (rispetto a Tartaglia), ma è anche vero che passò gli ultimi anni della sua vita "in ritiro", a scrivere la sua autobiografia. E vide i suoi risparmi sparire a causa del figlio, anch'egli - come il padre - con il vizio del gioco.
Tartaglia tornò a Venezia a fare il maestro d'abaco, e morì sostanzialmente in povertà. Lasciò soltanto qualche capo di abbigliamento, come pantaloni e camicie e qualche lenzuolo. Tutte cose vecchissime.
Maddalena. Forse avvelenò Ludovico Ferrari
A vincere fu piuttosto Ludovico Ferrari, allievo di Cardano, ma non ebbe molti anni per godersi la gloria. Infatti - dopo alterne vicende - ritiratosi a vivere a Bologna con la sorella Maddalena, morì all'età di 43 anni, avvelenato. Probabilmente fu ucciso dalla sorella, che due settimane dopo il funerale, ereditò e si sposò. Ma poi venne abbandonata dal marito, che la lasciò in miseria.
Nella seconda conferenza della mattina, entra in scena Giovanni Filocamo, ma questa è un'altra storia. La trovate su Gravità Zero !!! E questo è un ottimo video sulla storia dell'algebra, realizzato da Leonardo Petrillo, curatore del Blog Scienza e Musica.
Domenica 22 febbraio 2015 al Cecchi Point c'era davvero il pienone. La sala era già quasi completa, ma la gente continuava ad arrivare. E questa è una grande soddisfazione, poiché proprio domenica scorsa si è conclusa la serie di esperimenti scientifici per bimbi e genitori, frutto della collaborazione fra Associazione ECO ed Associazione Museo Nazionale del Cinema, nell'ambito della rassegna cinematografica Film Family 2015.
Esperimenti preistorici
Beninteso, in realtà, si tratta solo di una pausa: infatti il 15 marzo 2015 alle 16:30 verrà proiettato il film "Diario di una schiappa" e al termine ci sarà una festa di fine stagione. Siete tutti invitati - ed è gratis - ma portate qualcosa da mangiare e da bere per festeggiare. E ricordate: ogni vostro piccolo contributo in forma di libera offerta servirà a finanziare Cecchi Film Family 2016, una nuova rassegna cinematografica per famiglie che - in alcune date - ospiterà esperimenti scientifici in diretta.
A tal proposito, sappiate che la scienza è sempre nuova: ci saranno esperimenti di chimica, fisica e biologia, insomma sarà un modo divertente per apprendere i meccanismi di funzionamento del nostro mondo.
Gli esperimenti del 22 febbraio che hanno suscitato maggior interesse e curiosità sono stati quelli inerenti la lievitazione. Tutto il ribollire della Terra all'epoca de "I Croods" è stato simulato con la produzione di anidride carbonica, con la quale sono stati gonfiati dei palloncini, ma - allo stesso modo - avremmo potuto "gonfiare" una pizza.
La forza degli elementi
Siamo partiti da latte tiepido, zucchero e lievito secco e abbiamo visto lentamente gonfiarsi - di anidride carbonica - un palloncino. Abbiamo anche realizzato una reazione chimica molto più veloce ed esplosiva: quella fra aceto e bicarbonato di sodio. In quest'ultimo caso, il palloncino si è gonfiato quasi istantaneamente e la folla di bimbi e genitori non ha potuto trattenere una pura esclamazione di stupore.
Nel film, "I Croods" erano sempre in fuga e in bilico sull'orlo di un precipizio. Abbiamo allora simulato - con un esperimento - la perdita di equilibrio che si verifica in una scatola, quando il suo baricentro supera il bordo del tavolo su cui essa è appoggiata. In seguito abbiamo variato la distribuzione della massa della scatola, per osservare lo spostamento del baricentro e i relativi effetti sull'equilibrio.
Infine, dato che nel film veniva utilizzata, abbiamo costruito una leva per sollevare un pesante libro di esperimenti scientifici. I bimbi hanno provato - con le loro mani - a tastare la differenza fra braccio potenza e braccio resistenza.
Astrolaboratorio
Ringrazio in particolar modo mio figlio Rossano, per avermi assistito durante gli esperimenti e per tutta la pazienza che ha avuto durante la preparazione degli stessi.
Qui sotto trovate i link alle tre serie di esperimenti realizzati (al fondo di ogni articolo c'è anche il link al pezzo su "com'è andata"):
e questo è il mio canale youtube, dove trovate anche alcuni video sugli esperimenti realizzati nell'ambito della rassegna Film Family 2015. Naturalmente, tutti coloro che fossero interessati ad organizzare esperimenti scientifici - eventualmente abbinati ad altre iniziative - possono contattarmi tramite l'Associazione ECO.
Sfogliare un libro fatto di carta - in un prossimo futuro - potrebbe diventare una cosa molto rara. Dovremmo quindi tutti approfittarne oggi, perché esistono ancora case editrici che pubblicano i libri come si facevano una volta. Non c'è bisogno di nessun dispositivo per leggerli, basta una comoda poltrona e un momento di pace.
"Il pollo di Newton" di Massimiano Bucchi, ed. Guanda
Pensate poi ad un buon libro, di quelli che suscitano il piacere della lettura e il divertimento, ma spiegano anche cose molto interessanti. Immaginate infine che l'argomento "scienza in cucina" sia fra i vostri preferiti. La necessaria e inevitabile conseguenza delle premesse fatte (come se fossero parte di un teorema) è un'unica conclusione: "Il pollo di Newton - La scienza in cucina", scritto da Massimiano Bucchi e pubblicato da Ugo Guanda Editore.
Io ho cominciato a leggerlo anche perché faccio parte dei docenti dell'Accademia Pizza e Scienza, quindi è mio compito raccontare cose interessanti agli studenti, facendo loro capire come la differenza fra un "Pizzaiolo Accademico" ed un pizzaiolo qualunque sia proprio la scienza in cucina. D'altronde non mancherò di segnalarvi altri buoni libri sull'argomento, poiché credo che ciascuno debba formarsi una specifica biblioteca. Fatta di carta, come una volta, e che possa rappresentare una solida base per il lavoro, la professione e il futuro.
Tutti sappiamo che oggi la scienza è molto importante. Ma forse non ci siamo mai soffermati a pensare a come essa possa legittimare la sua presenza e rafforzare la sua importanza. Nelle prime pagine de "Il pollo di Newton", Massimiamo Bucchi ci invita ad una riflessione. La scienza innanzitutto è utile, in quanto ha ricadute fondamentali soprattutto nel settore medico e in quello tecnologico. Ma non solo: la scienza è "fonte di arricchimento culturale, piacere estetico e perfino intrattenimento".
La scienza in cucina occupa un posto particolare. E' certamente utile, ma non punta ad "offrire il meraviglioso o il fuori dall'ordinario", in quanto il suo obiettivo è soprattutto quello di entrare nella nostra casa e nella nostra quotidianità. Non vuole contraddire il senso comune, intende piuttosto affiancarlo. Perché, nella preparazione di un certo piatto si procede in un determinato modo? La scienza è in grado di spiegarcelo. E così finirà che impareremo molto di più che una perfetta tecnica di cucina, apprenderemo un po' di chimica, fisica e biologia. Tutto ciò non giungerà dalla classica torre d'avorio dello scienziato avulso dalla società, ma proprio da casa vostra, dalla vostra cucina.
La pizza è spesso abbinata con il cinema. D'altronde, è difficile resistere alla tentazione di una buona pizza, naturalmente realizzata dall'Accademia Pizza e Scienza, unita ad un film che possa rimanere impresso nella memoria. Un film che emozioni, faccia pensare e racconti una bella storia, meglio se si tratta di un'avventura scientifica.
"The imitation game" tratto da http://www.artribune.com/2014/12/the-imitation-game-benedict-cumberbatch-e-alan-turing/
Ecco, ieri sera ne ho visto uno, che appartiene decisamente alla categoria. Si tratta di "The Imitation Game", un film sulla vita di Alan Turing, uno dei più grandi matematici del '900. A mio modesto parere, questo film supera in bellezza sia "Interstellar" che "La teoria del tutto". In ogni caso, i gusti sono gusti, e i tre film citati rappresentano la triade scientifico-cinematografica di questo periodo.
Non vi racconterò certo la storia, in quanto non voglio togliervi neanche un'emozione che il film vi regalerà. Tuttavia, sappiate che si tratta di una grandissima impresa scientifica, ed è proprio questa la sensazione che avrete dopo aver visto il film. Una missione gigantesca, con persone che lavorano senza sosta per raggiungere un obiettivo che interessa milioni di persone (all'epoca, per via della guerra). Oggi so che - sostanzialmente - se sto scrivendo con un computer lo devo a Turing, perché il mio PC non è altro che un'evoluzione della sua macchina, detta Macchina di Turing. Allora oggi dobbiamo considerare che il suo lavoro è stato utile non per milioni, ma per miliardi di persone.
Ma la Macchina di Turing è legata al calcolo automatico, agli algoritmi e quindi ad un certo linguaggio matematico. Il linguaggio matematico usato per descrivere ed osservare il calcolo automatico influenza l'accuratezza dei risultati che si possono ottenere. Infatti, molto spesso, il problema non è rappresentato da risultati errati, ma piuttosto da risultati poco precisi.
Prof. Yaroslav Sergeyev - tratto da http://www.technology.org/2015/02/05/infinity-minus-infinity-future-mathematics-technology/
Lo stesso oggetto - una Macchina di Turing -. può essere descritta con differenti linguaggi matematici e i risultati possono essere differenti (ma non contraddittori), in termini di maggiore o minore precisione. D'altronde - abitualmente - distinguiamo l'oggetto dallo strumento utilizzato per osservarlo. Ad es. un'ala di un insetto è diversa dal microscopio che utilizziamo per osservarla. Ecco: lo stesso dovrebbe valere in matematica. In questo modo potremmo aver bisogno - anche in matematica - di strumenti più precisi (un microscopio di nuova generazione supera decisamente - in fatto di prestazioni - i microscopi di una volta!!!).
Esiste infatti un'altra grande impresa scientifica: quella di rinnovare, potenziare, migliorare e semplificare gli strumenti di osservazione che si utilizzano in matematica. A questa impresa sta partecipando il Prof. Yaroslav Sergeyev, con molti contributi, fra i quali anche l'applicazione di un nuovo metodo matematico alla Macchina di Turing.